Per chi vive nel Cilento, il mare è una promessa di libertà, un orizzonte di opportunità e una fonte di sostentamento che definisce l’identità stessa del territorio. Ma a duemila chilometri di distanza, lungo una stretta fascia di terra affacciata sullo stesso Mediterraneo, il mare rappresenta un confine invalicabile, una prigione a cielo aperto. Dal 2009, le acque al largo della Striscia di Gaza sono soggette a un rigido blocco navale imposto da Israele, una misura che ha trasformato la vita di centinaia di migliaia di persone e soffocato una delle economie più antiche del mondo: la pesca.
Le Origini del Blocco Navale
Per comprendere la situazione attuale, è necessario fare un passo indietro. Il blocco è stato drasticamente inasprito a seguito della presa di potere di Hamas a Gaza nel 2007, un’organizzazione considerata terroristica da Israele, Stati Uniti e Unione Europea. La motivazione ufficiale addotta dal governo israeliano è sempre stata la sicurezza nazionale: impedire il contrabbando di armi e materiali a duplice uso che potrebbero essere impiegati per scopi militari contro il proprio territorio. L’anno di svolta è il 2009, dopo l’operazione militare “Piombo Fuso”, quando le restrizioni via mare, terra e aria si sono consolidate in un sistema di controllo pervasivo che, secondo le Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani, ha generato una gravissima crisi umanitaria.
Miglia Nautiche di Speranza e Disperazione
Il cuore del blocco navale è la definizione di una zona di pesca consentita, misurata in miglia nautiche dalla costa. Questo limite non è mai stato fisso, ma è variato nel corso degli anni come un crudele barometro delle tensioni politiche. Inizialmente fissato a 20 miglia dagli Accordi di Oslo, è stato ridotto a sole 3 miglia nautiche per lunghi periodi, per poi essere occasionalmente esteso a 6, 9 o, in rari momenti di tregua, a 15 miglia in alcune aree. Questa incertezza rende impossibile per i pescatori pianificare il proprio lavoro e la propria vita. Le acque più vicine alla costa sono sovrasfruttate e povere di pesce, mentre i banchi più ricchi si trovano ben oltre il limite consentito. Superare questa linea invisibile, spesso per disperazione, comporta rischi enormi.
- Colpi di avvertimento: Le motovedette della marina israeliana aprono regolarmente il fuoco verso le imbarcazioni che si avvicinano al limite.
- Confisca delle attrezzature: Motori, reti e intere imbarcazioni vengono sequestrate, privando i pescatori dei loro unici mezzi di sostentamento.
- Arresti in mare: I pescatori vengono frequentemente arrestati, interrogati e detenuti per periodi più o meno lunghi.
Questa politica ha creato una “zona cuscinetto” mobile e imprevedibile, trasformando il lavoro più antico di Gaza in uno dei più pericolosi.
L’Impatto Umano ed Economico: Un Settore in Ginocchio
Prima del blocco, il settore della pesca a Gaza dava lavoro a circa 10.000 persone, sostenendo decine di migliaia di famiglie. Oggi, quel numero si è drasticamente ridotto e oltre l’85% dei pescatori vive al di sotto della soglia di povertà. Il pescato annuale è crollato, con conseguenze devastanti non solo per l’economia ma anche per la sicurezza alimentare di una popolazione già vulnerabile, dove la malnutrizione è in aumento. Le testimonianze raccolte sul porto di Gaza raccontano una storia unanime di disperazione.
“Il mare era tutto per noi. Era il nostro campo, la nostra fabbrica, la nostra eredità. Mio padre era un pescatore e suo padre prima di lui. Oggi esco in mare e so che potrei non tornare, o tornare senza barca e senza pesce. Ci hanno tolto non solo il lavoro, ma anche la dignità.”
L’impatto si estende a tutta la filiera: costruttori di barche, venditori di reti, commercianti di pesce e ristoratori hanno visto le loro attività disintegrarsi. Il blocco navale non limita solo la pesca, ma impedisce anche l’importazione di pezzi di ricambio per i motori e materiali per la manutenzione delle barche, rendendo quasi impossibile mantenere in efficienza la flotta superstite.
La Prospettiva Internazionale e il Diritto del Mare
La legalità del blocco navale è da anni oggetto di un acceso dibattito internazionale. Mentre Israele lo difende come un atto legittimo di autodifesa contro un’entità ostile, le Nazioni Unite, il Comitato Internazionale della Croce Rossa e organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International lo hanno ripetutamente definito una forma di punizione collettiva nei confronti della popolazione civile di Gaza, in violazione del diritto internazionale umanitario. Un episodio che portò la questione alla ribalta mondiale fu l’incidente della flottiglia Mavi Marmara nel 2010, quando un convoglio di navi che cercava di forzare il blocco per portare aiuti umanitari fu assaltato dalla marina israeliana, con un bilancio di dieci attivisti uccisi.
Uno Sguardo al Futuro: Tra Diplomazia e Stallo
Oggi, a oltre un decennio dall’inasprimento del blocco, la situazione appare in uno stato di stallo perpetuo. Le restrizioni vengono allentate o ristrette a seconda dell’andamento dei negoziati indiretti tra Israele e Hamas, spesso mediati da Egitto e Qatar. Ogni tregua porta con sé un’effimera estensione della zona di pesca, accolta come una boccata d’ossigeno, ma ogni nuova escalation di violenza la riporta immediatamente ai minimi termini. Per i pescatori di Gaza, e per l’intera popolazione, l’orizzonte marino non rappresenta più un simbolo di infinito e possibilità, come per noi nel Cilento, ma il muro invalicabile di una condizione senza apparente via d’uscita, un ricordo costante di una libertà negata.



















